Cinema ed Editoria Ricevono Fondi Pubblici Perche' sono Potenti Veicoli di Propaganda

Fonte: Boorp
Pubblicato il: 31/05/2025
Categoria: POLITICA
Chiunque gestisca una piccola impresa, un'attività commerciale o artigianale, sa bene cosa significhi vivere sotto il peso del fisco italiano. Tasse, contributi, burocrazia opprimente: una vera giungla in cui sopravvivere è un'impresa. In questo scenario affiora una domanda che molti, pur sussurrandola, si pongono da anni: come mai il cinema, l'editoria e i giornali ricevono generosi finanziamenti pubblici, mentre la stragrande maggioranza ...

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... degli altri settori produttivi è lasciata a sé stessa, se non addirittura ostacolata?

A chi osserva con attenzione, la contraddizione è lampante: da una parte c'è chi lavora duramente per pagare le imposte e vede ridotti i propri margini, quando non è costretto alla chiusura; dall'altra, ci sono realtà che, pur essendo aziende a tutti gli effetti, ricevono regolarmente fondi pubblici — quindi soldi dei contribuenti — per mantenersi in vita, anche quando non brillano né per qualità né per risultati. In questo articolo, esploreremo le ragioni ufficiali e quelle più nascoste di questa realtà, cercando di capire cosa si cela davvero dietro la presunta ''tutela della cultura''.


Il principio ufficiale: la difesa della cultura


L'argomento del patrimonio culturale


La motivazione istituzionale dietro ai finanziamenti pubblici al cinema, alla stampa e all'editoria è chiara e apparentemente nobile: si tratta di settori che veicolano cultura, informazione, identità nazionale, memoria storica. Secondo questa logica, lo Stato ha l'obbligo di proteggerli e incentivarli per garantire l'accesso dei cittadini a contenuti educativi, culturali e informativi di qualità, indipendentemente dalla loro redditività commerciale.

Un giornale che fa informazione di qualità, si dice, non può essere messo sullo stesso piano di una fabbrica di scarpe. Così come un film d'autore, magari poco redditizio al botteghino, dovrebbe poter esistere anche se il mercato non lo premia. Le istituzioni sostengono che la cultura è un bene collettivo, un pilastro della democrazia, e che va salvaguardata anche quando non produce profitti.

L'informazione come bene pubblico


Un altro argomento ufficiale riguarda il ruolo dell'informazione nella vita democratica. La stampa libera è spesso definita ''il cane da guardia della democrazia''. In questa ottica, un giornalismo indipendente e professionale, capace di approfondire e criticare il potere, è considerato essenziale per una società sana e partecipativa. Per questo, si giustifica l'intervento pubblico con la necessità di proteggere il pluralismo e l'autonomia delle voci giornalistiche, specialmente quelle più piccole e locali che altrimenti non sopravviverebbero nel mercato dominato dai colossi della comunicazione.

Il sostegno al cinema d'autore


Nel campo del cinema, l'argomento è simile: si finanziano opere che abbiano un valore artistico, educativo, identitario. I film italiani che raccontano la storia del paese, le sue problematiche sociali, le sue tradizioni, i suoi valori, sono ritenuti strumenti fondamentali per la crescita culturale del pubblico. Si sostiene che se il mercato fosse lasciato libero, verrebbero prodotti solo blockbuster americani, lasciando scomparire ogni traccia della cultura cinematografica nazionale.



Dietro le quinte: la funzione politica della cultura


Chi paga, comanda


Ma davvero tutto questo sostegno nasce solo dalla volontà di tutelare il bene collettivo? O esistono anche motivazioni più pragmatiche e meno idealistiche dietro la pioggia di denaro pubblico che finisce ogni anno nelle casse di giornali, case editrici e case di produzione cinematografica?

Una delle spiegazioni più scomode, ma largamente condivisa da chi osserva con occhio critico il funzionamento del sistema, è che questi settori rappresentino un'arma di straordinaria potenza nelle mani della politica. Cinema, giornali e libri non sono solo contenitori culturali: sono soprattutto veicoli di messaggi, narrazioni, interpretazioni della realtà. Possono creare consenso, influenzare l'opinione pubblica, orientare il pensiero collettivo. E chi li finanzia ha spesso la possibilità di indirizzarne, anche sottilmente, i contenuti.

Il meccanismo della dipendenza


Quando un'impresa dipende dai finanziamenti pubblici per la propria sopravvivenza, è molto raro che morda la mano che la nutre. Il detto popolare ''nessuno sputa nel piatto dove mangia'' descrive perfettamente il legame tra finanziamenti pubblici e sudditanza psicologica, quando non addirittura ideologica. I giornali che ricevono contributi statali avranno più difficoltà a pubblicare articoli troppo critici verso il governo in carica. Le case cinematografiche che accedono ai fondi ministeriali potrebbero scegliere di privilegiare tematiche più ''convenienti'' e meno controverse. E le case editrici che dipendono da bandi pubblici potrebbero evitare di pubblicare autori troppo fuori dal coro.

Propaganda dolce, ma efficace


Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di censure dirette o imposizioni esplicite. La propaganda moderna è molto più raffinata. Non si ordina a un giornalista di scrivere un articolo favorevole a un politico: basta mettere in condizione il giornale di dover scegliere tra la sopravvivenza economica e la coerenza professionale. Il risultato è una forma di autocensura diffusa, silenziosa, ma molto efficace. Lo stesso vale per i registi che vogliono accedere ai fondi statali: sapranno benissimo quali temi premiare e quali evitare, quali valori esaltare e quali ignorare.



La frustrazione degli esclusi: chi lavora paga, chi produce chiacchiere incassa


La rabbia dei piccoli imprenditori


È facile capire il risentimento che può nascere nel cuore di chi gestisce un'attività commerciale, una bottega, un'impresa artigiana. Queste persone devono affrontare quotidianamente tasse soffocanti, controlli fiscali, contributi previdenziali salatissimi, normative spesso assurde. Ogni euro guadagnato è sudato. Eppure, nessuno viene in loro soccorso con fondi pubblici ''per la tutela del lavoro manuale'' o ''per la salvaguardia del commercio di quartiere''.

Vedere invece che esistono settori privilegiati, che ricevono soldi anche quando producono prodotti scadenti, è un pugno nello stomaco. Soprattutto quando quei soldi provengono dalle tasse pagate anche da chi non riesce nemmeno a pagarsi un'assicurazione sanitaria privata. Non si tratta solo di invidia o di livore: è un senso profondo di ingiustizia, una percezione di un sistema sbilanciato, iniquo, clientelare.

La cultura come scudo di comodo


Quando si parla di ''sostegno alla cultura'', l'argomento sembra intoccabile. Nessuno osa opporsi a questa idea senza rischiare di passare per ignorante, becero, o addirittura fascista. Eppure, chi lavora nel settore culturale dovrebbe porsi la domanda con onestà: perché la mia attività dovrebbe ricevere denaro pubblico, mentre tutte le altre devono reggersi sulle proprie gambe?

Se un libro è scritto bene, si venderà. Se un film è bello, avrà il suo pubblico. Se un giornale è serio, troverà lettori disposti a pagarlo. Perché questa regola basilare del mercato dovrebbe valere per tutti, tranne che per chi lavora nella ''cultura''?

Qualità e mercato: il vero giudice


La logica del mercato non è perfetta, ma ha una virtù: premia ciò che funziona e penalizza ciò che non serve. Se un'impresa fallisce, significa che non ha trovato abbastanza clienti. Ma nel mondo dell'editoria e del cinema, questo criterio spesso viene capovolto: un film che non incassa un euro può comunque ricevere finanziamenti. Un giornale senza lettori può sopravvivere con i fondi statali. Una casa editrice che non vende può partecipare a bandi regionali e nazionali. E questo è profondamente sbagliato.



Verso una vera meritocrazia culturale


Il valore della libertà


La cultura vera nasce dalla libertà. Dalla libertà di creare, di rischiare, di proporre qualcosa di nuovo senza dover chiedere il permesso a nessuno. Ma questa libertà viene meno quando si dipende dai fondi pubblici. Il vero artista, il vero giornalista, il vero intellettuale non dovrebbe desiderare un assegno statale: dovrebbe desiderare lettori, spettatori, pubblico reale. Solo così si crea una cultura viva, autentica, plurale.

Il ruolo dello Stato: arbitro, non giocatore


Lo Stato non dovrebbe finanziare direttamente chi produce cultura. Dovrebbe piuttosto creare le condizioni per cui la cultura possa prosperare: scuole efficienti, accesso diffuso all'istruzione, agevolazioni fiscali per chi investe nella cultura (non per chi la produce), tutela della proprietà intellettuale. Dovrebbe fare l'arbitro, non il giocatore.

La proposta di un cambio di paradigma


Immaginiamo un sistema in cui giornali, editori e produttori cinematografici non ricevano più denaro pubblico, ma debbano guadagnarsi la fiducia e il sostegno del loro pubblico. Un sistema in cui chi fa un buon prodotto prospera, e chi fa un pessimo prodotto fallisce. Sarebbe davvero così catastrofico? O non sarebbe, piuttosto, l'inizio di una nuova stagione culturale più viva, più onesta, più libera?


Conclusione: la cultura non è un privilegio


Difendere la cultura non significa renderla un feudo inespugnabile finanziato coi soldi altrui. Significa renderla viva, aperta, competitiva. Il cinema, l'editoria e il giornalismo devono smettere di comportarsi come caste privilegiate e tornare a essere ciò che sono: imprese come le altre, soggette alle stesse regole. Solo così si potrà riconquistare la fiducia del pubblico e restituire dignità a settori che oggi rischiano di apparire come comode poltrone per intellettuali di Stato.

L'alternativa è un paese spaccato tra chi lavora e paga, e chi parla e incassa. Tra chi costruisce e chi racconta. Tra chi lotta per ogni centesimo e chi riceve milioni in nome di una cultura sempre più autoreferenziale, chiusa e distante dalla realtà. Un paese del genere non ha futuro. E la vera cultura non può che rifiutare un simile compromesso.

Vedi anche: PERCHE' LA SINISTRA ITALIANA ODIA I VALORI TRADIZIONALI »






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